giovedì 8 marzo 2012

Dolcissima Maria


Cinque

Da: Andrea D.
A: Angela
Domenica 13 ottobre 18.32
Oggetto: Roma.

Cara Angela, tutto bene il ritorno a Bologna?
Ieri spero tu sia riuscita a fare le ultime compere che avevi in programma a Roma.
Sai, non riesco a togliermi dalla mente il momento in cui mi sei apparsa nel sole del tramonto.
Venivi verso di me da Via del Plebiscito.
Ti ho riconosciuta subito.
E’ vero che mi avevi inviato foto tue recenti, ma è stato molto emozionante vedere avvicinarsi il tuo volto un po’ spigoloso di sempre, solo impercettibilmente invecchiato, e i tuoi capelli lunghi, mossi dal vento, castano chiari, come i tuoi occhi.
Stavi bene con la gonna nera a fiori un po’ svasata, la camicetta, nera anch’essa, sbottonata sul tuo seno, non generoso, ma sempre grazioso, e la giacca tenuta sulla spalla con la mano.
Ti ho baciato le dita, come l’ultima volta che ci vedemmo, alla stazione di Napoli.
Come ci siamo stretti forte nell’abbracciarci, e per quanto tempo. Un tempo interminabile. Ci siamo commossi, come due ragazzini.
E che bello è stato passeggiare con te, mano nella mano, lungo Via del Corso, nel crepuscolo romano, nell’aria fresca e tersa di ottobre.
Passeggiando e parlando abbiamo recuperato a noi trent’anni delle nostre vite.
La maturità ti ha reso più bella.
Molto più interessante e affascinante che da giovane.
Senza che ne facessi cenno apertamente, ho sentito ancora chiaramente il tuo amore per me, muto, nascosto, troppo generoso, che rasentava la devozione.
Si vedeva nei tuoi occhi. Si sentiva in ogni tua parola. Si notava in ogni tuo gesto.
Ma sono passati più di trent’anni.
Il mio affetto per te è intatto. Forse più forte ancora.
Ma ora tu hai la tua vita, Saverio, i tuoi figli. Non puoi permetterti più cotte da adolescente.
Angela, abbiamo più di cinquant’anni.
Li abbiamo vissuti intensamente. Ed è bellissimo essersi trovati e rivisti.
Ma le nostre vite hanno seguito ciascuna il suo binario.
Frequentiamoci per quello che siamo, vecchissimi amici fraterni, con le nostre famiglie. Perché abbiamo i nostri compagni e i figli.
A Mara farebbe tanto piacere rivederti e conoscere Saverio e i tuoi ragazzi.

Siamo stati lì lì per baciarci, al tavolo di Giolitti, ma è stato meglio che ci siamo fermati.
Quel bacio non ci avrebbe portato da nessuna parte.

Sai, ieri mattina, ritornando a casa, ho rivisto la Croma parcheggiata sotto il portone.
E questa volta, ti confesso, ho cominciato ad avere paura.
Ho telefonato subito al commissariato, ma il commissario non c’era. Mi hanno detto di richiamare domani.
Intanto la macchina è ancora qui sotto.

Grazie per il meraviglioso venerdì pomeriggio che mi hai regalato.
Ti bacio.
A Presto.
Il tuo

Andrea.

Da: Angela
A: Andrea D
Domenica 13 Ottobre 23.49
Oggetto: R: Roma

Caro Andrea, non riesco a dormire. La giornata di venerdì, le emozioni fortissime, starti vicinissima, parlarci a quel tavolo quasi guancia a guancia.
E poi la tua mail di oggi.
Come si fa a dormire?
Quando ti ho visto lì all’angolo di Via Del Corso, ho sentito un violento colpo al petto, un tuffo al cuore, come si sarebbe detto una volta.
Eri identico a come ti ricordavo. Un po’ ingrassato, ma l’aspetto severo, quasi infastidito, con quella smorfia del viso che con le prime rughe si è accentuata, è sempre lo stesso. Inconfondibile.
Mi hai baciato le dita.
Con quel bacio hai bruciato in un solo colpo il tempo passato dalla sera alla stazione di Napoli. L’ultima volta che ci vedemmo.
Il tuo abbraccio così forte, così lungo, mi ha turbata. E forse anche per questo, ancora a due giorni di distanza non riesco a dormire.
Quante cose ci siamo detti. Quanti segreti ci siamo confessati durante la passeggiata mano nella mano, come due studenti.
Abbiamo rivelato l’un l’altra i nostri pensieri più intimi. Le cose più riservate delle nostre vite.
Vedi che la nostra confidenza è rimasta intatta?
E’ fortunata Mara ad avere un uomo come te.
E’ vero, da Giolitti stavamo per baciarci.
Ero molto turbata. Fisicamente.
Ero talmente fuori con la testa che ho sperato veramente di averti. Almeno una volta nella vita. Anche solo per un ora.
Averti.
Essere tua.
Ma devo darti ragione.
Non si va da nessuna parte.
Sarebbe rimasto solo imbarazzo, rimorso e dolore.
Un dolore insopportabile.
E allora è stato meglio così.
Ma non possiamo essere amici di famiglia.
Concedimelo.
Non potrò mai accettarlo.
Ne va della mia dignità di donna.
Non fraintendermi però, non mi sento offesa.
Non mi hai offesa.
E intendo rimanere tua amica e amica di Mara.
Trentacinque anni di amicizia non si cancellano.
Tra qualche giorno vado a Bruxelles, ma non ho intenzione di accettare l’incarico.
Tu stai attento, mi raccomando.
Tira una pessima aria per i giornalisti con i nuovi decreti.
A prestissimo.
Ti bacio (purtroppo solo virtualmente).
La tua Angela.


martedì 6 marzo 2012

Dolcissima Maria


Quattro.

Da: Andrea D
A: Angela
Lunedì 7 ottobre 8.17
Oggetto: Roma

Professoressa Bessoni, ma sei ancora gelosa di Emma dopo più di trent’anni? E proprio tu, una donna sempre composta nelle sue reazioni, in qualunque circostanza.
E poi, lo hai detto tu stessa, non c’è mai stato niente tra me ed Emma.
Te lo ripeto: sapevo che mi sbavava letteralmente dietro, e non faceva certo molto per nasconderlo, ma c’era in me una diffidenza istintiva, di pelle, verso di lei.
Sai, credo che certe reazioni apparentemente inspiegabili, nel sesso e nei rapporti tra un uomo e una donna, in realtà sono generate da puro istinto animale. Ed era proprio una reazione animale. La carica erotica di Emma non mi attirava neanche un po’.
Però devi essere corretta. Che Emma fosse la più brava di voi tutti è vero. Non barare adesso. Era la migliore, la più attiva, la più presente. Sempre al mio fianco. E ora non mi dire che lo era solo perché voleva farsi Andrea.
Non le ho mai perdonato che nell’ultimo periodo in cui lavoravamo insieme nel Partito, fosse già in clandestinità e cospirasse anche contro di noi.
E’ stata forse la più grande delusione della mia gioventù.
Hai ragione, ma non eravamo fessi.
L’unico fesso ero io, che avrei dovuto capire e vigilare e invece nella mia solita superbia e presunzione mi tenevo un’infiltrata al mio fianco.
Non sai quanto io abbia desiderato e desidero ancora oggi vedere Emma. Parlarle. Chiedere perché ha tradito anche la persona che lei amava alla follia.
Darei qualunque cosa per un’ora, solo un’ora con lei.
L’ascolterei, senza parlare. Tu sai quanto terribili possono essere i miei silenzi. Poi, sempre senza parlare, l’abbraccerei, la bacerei, le volterei le spalle e andrei via.
Senza voltarmi indietro.
Ma non accadrà.
Lo so.
Hai letto, hanno approvato il decreto. E’ già esecutivo. Nonostante la forte campagna di stampa e la mobilitazione anche internazionale, il decreto è passato. E il bello è che, a causa della sua retroattività, in teoria io già sarei passibile d’incriminazione, per i miei articoli sugli esponenti politici e governativi.
Forse sto diventando paranoico, ma mi sembra che da qualche giorno sia sempre parcheggiata sotto casa mia una vecchia Fiat Croma. La cosa ancora più strana è che c’è sempre un uomo dentro, al volante. Ma l’uomo non è sempre lo stesso. Come se facessero dei turni.
Io, nel dubbio, ho chiesto un appuntamento al commissario di polizia del quartiere.
E’ un bravo poliziotto e un amico. Quanto meno mi tranquillizzerà.

Ora il botto:
Venerdì vengo da te a Roma. Così mi restituirai l’LP.
Nei prossimi giorni ci scriviamo per i dettagli dell’appuntamento.
Che ne dici Giolitti a Montecitorio?
Granita di caffè doppia panna, come ai tempi in cui abitavo a Roma?
Ti bacio, anche se non lo merito.
Il tuo Andrea.

Da: Angela
A: Andrea D.
Mercoledì 9 ottobre 12.26
Oggetto: R: Roma

Allora, ti va bene dopodomani alle cinque e mezza all’angolo tra Piazza Venezia e Via del Corso?
Così facciamo due passi insieme per Roma.
Poi ci prendiamo la tua granita di Giolitti, vabbè?
Come va con i tuoi “spioni”?
Bacio, ma sì che te lo do lo stesso.
La tua Angela.

Da: Andrea D.
A: Angela
Mercoledì 9 ottobre 20,38
Oggetto: R: Roma

OK, alle cinque e mezza va benissimo.
Ho parlato con il commissario. Ha fatto qualche telefonata anche alla Digos, ma non risultano problemi. Mi ha promesso che avrebbe aumentato la frequenza del passaggio degli agenti la notte sotto casa mia.
Stranamente stamattina la Croma non c’era.
Forse è vero che sono paranoico.
A venerdì.
Ti bacio, e stavolta lo merito.
Andrea.


sabato 3 marzo 2012

Dolcissima Maria.


Tre.

Da: Andrea. D
A: Angela
Domenica, 6 ottobre 9.50
Oggetto: R: ti parlo un po’ di me.

Ciao, Angela, scusami se ti rispondo solo questa mattina, ma sono giornate pesanti.
Ieri sono stato al giornale tutto il giorno, fino a sera tardi. Ho dovuto preparare in fretta un articolo sul decreto legge che sta per varare il governo con le nuove regole “a sostegno” dell’editoria e della stampa. Abbiamo anche fatto una lunghissima riunione in redazione per decidere le azioni di risposta al decreto. Tu sei una donna molto informata a sai certamente che dentro questo provvedimento, apparentemente di sostegno al settore, ci sono seminascosti degli articoli che, allargando illimitatamente i concetti di diffamazione, calunnia e diffusione d’informazioni riservate, di fatto, rende impossibile d’ora in poi il giornalismo d’inchiesta e quello politico. In sostanza sei passibile perfino d’arresto immediato se nel tuo articolo non citi tutti i riscontri ai tuoi asserti in modo che la Digos, che è incaricata, possa verificarne la correttezza.
Tu capisci che così nessuno accetterà più di farsi intervistare, e tanti colleghi, con le spalle meno robuste delle mie, si rassegneranno a riportare solo notizie e commenti diffuse dagli uffici stampa di istituzioni, politici e imprese.
In sostanza l’informazione corre un pericolo mortale.
Abbiamo così deciso di partire con una violenta campagna contro il decreto e io, in qualità di vice direttore, ne coordinerò gli sviluppi e i collegamenti con altri giornali.
Ma basta tediarti con il mio lavoro.
Mi ha fatto piacere che mi hai raccontato di te. Conoscevo molto della tua vita pubblica. Ora so anche che hai avuto delle belle soddisfazioni dalla vita familiare e sentimentale.
Ricordo che tu ed Emma eravate a quei tempi le compagne che lavoravano sempre fianco a fianco con me, instancabilmente? Ho sempre preferito lavorare con compagne, amiche e colleghe donne. Hanno una forza diversa e superiore rispetto ai maschi.
Di Emma mi sono sempre accorto che aveva un debole per me, lo notavano tutti, da come mi guardava, da come mi stava vicino, da come parlava di me. Emma era molto bella, ma per me aveva qualcosa che istintivamente mi faceva diffidare del suo erotismo.
L’amore è fatto d’istinti e sensazioni fisiche prima di tutto.
Con te invece ho avuto sempre e solo sentimenti di profonda e devota amicizia e forte solidarietà. Qualcosa di più che un amore fraterno, ma mai un’attrazione erotica.
Oggi vedo sulle tue foto che sei una donna bellissima.
Le tue parole mi hanno turbato. Non posso nasconderlo. Ma non ho ancora realizzato se abbiamo perso qualcosa nella vita.
Mi fermo. Non vorrei che ci emozionassimo troppo. Abbiamo un’età.
Scherzo.
Continuiamo a scriverci. Scrivimi quando vuoi.

A…proposito. Rivoglio indietro il mio LP della PFM!
Quindi dobbiamo trovare il modo di incontrarci.
Ti bacio.
Andrea.

Da: Angela
A: Andrea D
Domenica 6 ottobre 23.58

Emma, eh?
Anche stamattina, anche nelle mail, ancora una volta davanti a me. Quella stronza che ti sbavava dietro e lo ostentava con tutte noi.
E tu, impassibile.
Ora finalmente ho capito il perché non è mai riuscita ad arravogliarti come avrebbe voluto.
Ma è stato quindi solo perché tu diffidavi di lei, che non avete mai fatto niente.
Sai che ti dico? Una stronza supponente, e anche un po’ zoccola come lei, ha perfettamente meritato la fine che ha fatto.
Vent’anni di galera possono solo averle fatto bene.
Tu eri già andato via da Napoli. Lei scomparve dalla sera alla mattina. Scoprimmo poi che si era data alla clandestinità solo anni dopo, quando leggemmo del suo arresto sui giornali.
Avevamo una traditrice potenziale tra noi, e noi, con te per primo, non ci accorgemmo di niente.
Forse eravamo proprio fessi. Altro che vigilanza democratica!
Scusami per lo sfogo. Ma io mi facevo un culo così ed Emma era la brava, quella promettente, quella che avrebbe fatto carriera, quella che cercava con ogni mezzo di mettersi con te.
Bella carriera ha fatto. Se l’è meritata!

Ho letto e sentito del decreto sull’editoria e sono molto preoccupata per la tenuta democratica del paese, come si diceva una volta. Ed ero sicurissima che tu saresti stato in prima linea nella difesa della libertà d’informazione.
Non sei mai cambiato.

Senti, io venerdì prossimo sarò a Roma.
Devo fare delle riunioni preparatorie alla Sapienza per una missione a Bruxelles. Pensa che oltretutto mi hanno offerto un incarico in seno alla direzione dei beni culturali della Commissione Europea.
Ma sono molto scettica. Sai che Saverio verrebbe in capo al mondo con me, e i figli sono ormai grandi.
Però, ricominciare ancora una volta! Rimetti su casa, organizza i figli, ricalibra la vita di tutti i giorni.
Non so.
Comunque, ti dicevo che sono a Roma…
…non è che per caso può essere l’occasione per vederci? Così ti restituisco il disco.
Lo so che sei normalmente a Torino, ma vedo che vai spesso a Roma.
Fammi sapere.
Ti bacio, anche se non lo meriti,
la tua Angela.

giovedì 1 marzo 2012

Dolcissima Maria

Due.

Da: Angela
A: Andrea D
Giovedì 3 ottobre 22.43
Oggetto: R: Andrea.

Come vedi ti rispondo subito.
E, ti ripeto, tocca a me colmare il vuoto tra noi, e tu sai il perché.
Appena dopo la tua maturità ci perdemmo di vista.
E fu per colpa mia.
Tu eri all’Università, io all’ultimo anno del liceo, in terza.
Ero innamorata di te. Lo ero da sempre e, forse, anzi, togli il forse, lo sono ancora.
Avevo sperato per due anni che il tuo interesse per me, dall’amicizia e dalla militanza politica, che ci aveva visti sempre insieme, stretti, si trasformasse in desiderio.
Fu una sera a casa di Aldo. Ricordi i sabati? Ci trovavamo tutti a casa sua.
Eri con Mara.
Fu un lampo.
Un attimo.
Capii.
Con Mara eri da sempre.
Con Mara saresti stato sempre.
Furono i vostri sguardi.
Prima, quando eri al liceo, non li avevo mai percepiti.
Era un’illusione, credere ad ogni costo, sperare.
Ma quella sera. Quella sera l’intuito femminile mi guidò, finalmente.
E spense le illusioni.
Quella sera di un sabato di ottobre decisi di non rivederti più.
Fu una scelta da donna.
Finalmente ero donna.
Non compagna di scuola, non amica, non compagna di partito.
Solo donna.

Andaste via, tu e Mara. Ci salutammo, come tutte le altre volte.
Io mi trattenni ancora un po’.
Quando me ne andai, Aldo mi disse che avevi dimenticato il tuo album della Premiata Forneria Marconi, “L’isola di niente”.
Mi chiese se te lo riportavo, visto che ci vedevamo spesso.
C’è l’ho ancora qua.
E ogni tanto lo ascolto, quel tuo vecchio disco in vinile.
E quando parte l’assolo di piano in “Dolcissima Maria”, ancora oggi non trattengo le lacrime.
E so che tu mi credi.
Spero ora che, con il pretesto di restituirti il disco, riusciamo a rivederci.
Sì, tu sei a Torino e io a Bologna, ma sono sicura che tu rivoglia indietro il tuo album. Vero?
Buona notte.
Ti bacio.
Angela.

Da: Angela
A: Andrea D
Venerdì, 4 ottobre 19.08
Oggetto: ti parlo un po’ di me.

La notte scorsa ho dormito poco, l’averti ritrovato mi ha turbata. Ma le sensazioni che provavo nel dormiveglia non erano sgradevoli, anzi, tutt’altro, erano molto belle.
Volevi sapere di me.
Bene, sai che insegno Storia Moderna all’Università di Bologna e, da giornalista e uomo informato, sai anche che ho una certa fama internazionale.
Ma sono sempre Angela.
Ho sposato Saverio.
Alla mensa universitaria un giorno incontrai un buffo e simpatico studente di chimica, che, urtandomi, mi rovesciò addosso il caffè. C’innamorammo subito.
Due cape di ‘mmerda così, non potevano che mettersi insieme.
L’ho sposato e ci ho fatto tre figli, e siamo quello che si dice una famiglia felice.
Anche se qualche volta, ascoltando la “Canzone dell’estate” di De André, sento un impercettibile nodo alla gola.
Ma forse è solo la tiroide, sai, alla nostra età.
E non ci penso.
Viviamo bene qui a Bologna sulle colline che si stagliano verso l’Appennino.
Lui è direttore di uno stabilimento chimico. Spero di presentartelo.
E’ un amore di uomo. Per me farebbe qualunque cosa. I figli li ha praticamente tirati su lui, per permettere a me di seguire la mia carriera accademica. E non l’ho mai sentito fare il minimo lamento, su niente.
Siamo un po’ fuori mano, ma qui d’estate qui si sopporta il caldo torrido di Bologna.
Di te so che sei ormai un notista politico molto conosciuto e anche un po’ temuto. Di Mara so che è un bravo avvocato.
Come sta?
E’ sempre bionda? Conserva la sua solita autorevolezza?
Non smetterei più di scrivere. Mi sembra così di averti vicino in questo spazio virtuale.
Ora vado a cena, mi aspettano di là.
Ti bacio.
La tua Angela.




martedì 28 febbraio 2012

Dolcissima Maria.


Uno.

Da: Andrea.Dante@newspaper.it
A: Angela.Bessoni@arche.it
Giovedì 3 ottobre 11.30
Oggetto: sei tu?

Cara Angela, durante una mia ricerca su internet mi sono imbattuto in un articolo di una rivista specializzata sull’ultimo saggio storico di Angela Bessoni. Sei proprio tu l’Angela del liceo, la mia compagna di allora?
Ovviamente, se ho sbagliato persona, la prego di comprendermi e di scusarmi.
Andrea D.

Da: Angela.Bessoni@arche.it
A: Andrea.Dante@newspaper.it
Giovedì 3 ottobre 12.20
Oggetto: R: sei tu?

Sì, Andrea, certo che sono io. La tua Angela. E ho letto di te e molti tuoi articoli. Non ho mai avuto il coraggio o semplicemente la forza di contattarti in tutti questi anni. Trenta dall’ultima volta che ci siamo salutati.
Ricordi? Fu quasi per caso. Tu eri affacciato al finestrino di un vagone letto diretto a Torino. Io avevo appena salutato un’amica che partiva dal binario a fianco al tuo. Non ricordo se ho visto prima io te o tu me.
Non fu un saluto triste. Non immaginavamo che non ci saremmo più visti per trent’anni.
Tu avevi il viso impassibile di sempre, con quella smorfia e quelle prime rughe che ti davano come un aria incazzata. Io ero contenta quella sera.
Non ricordo il perché. Mi sentivo leggera.
Ma ora devo andare. Ho appuntamento con mio figlio fuori al liceo e sono già in ritardo. A proposito, ho tre figli, due maschi e una femmina, Paolo, di 21 anni, Gabriele, di 19 e la piccola Anna, di 16 anni.
Ti prego, ora che mi hai trovata, continua a scrivermi. Continuiamo a scriverci. Ho tante cose da raccontarti e di te voglio sapere tutto.
Ma tocca a me riempire questo buco di una trentina d’anni.
Ti bacio.
A presto.
Angela.

Da: Andrea. D
A: Angela
Giovedì 3 ottobre 22.30
Oggetto: Andrea

Allora sei tu.
Ricordo nitidamente quella sera.
Era un sabato. Già da un po’ non ci vedevamo e mi sei comparsa sul marciapiede all’improvviso. Ho visto di spalle i tuoi capelli biondi ricci di quando non li metti in piega perché non ne hai voglia o tempo.
Mentre guardavo nella cabina un attimo, distratto dal conduttore, ti sei voltata e mi hai chiamato con la tua voce un po’ rauca, un po’ mascolina.
- Andrea.
- Angela, che ci fai qui.
- Tu dove vai?
- A Torino, ho ottenuto un praticantato alla “Stampa”, pensa.
- Così vai a fare quello a cui aspiravi dall’inizio del ginnasio.
- Sì.
- Sei sempre stato determinato. Non ti ha mai fermato nessuno.

Sei rimasta sotto il mio finestrino finché è partito il treno. Ti ho baciato al volo le dita poi ti sei fatta sempre più piccola.
Non ti ho vista voltare le spalle.
Sei scomparsa in lontananza senza andartene.

Ma ora dove vivi, hai tre figli grandi, una sempre impegnata e in movimento come te.
Sei sposata, hai un compagno?
Io, come sai non ho mai lasciato “La Stampa” e qui a Torino mi trovo bene. Ho sposato Mara, ma anche questo lo sai, e abbiamo una figlia, Bianca, come il personaggio del film di Nanni Moretti, che ha 21 anni.
Non vuole fare la giornalista, e nemmeno l’avvocato come Mara.
Studia filosofia, poi si vedrà.
Buona notte Angela, spero che mi rispondi
presto.

venerdì 24 febbraio 2012

Una voce che ride nella neve

Montpellier

Cinque

Si erano fatte le sei .
L’ufficio di Edoardo era a solo un quarto d’ora di macchina dal suo.
Silvana in tutta fretta mise in ordine la scrivania, andò in bagno, chiuse l’ufficio.
Arrivò sotto la prefettura, dove lavorava Edoardo, alle sei e mezza.
Edoardo era lì, davanti al portone.

“Ma che fine hai fatto? Ti ho chiamata almeno due volte in ufficio e quattro sul cellulare. Roberta mi ha balbettato di un tuo collega italiano, di una pratica, ma non sapeva niente. E il cellulare era spento.”

Prese posto in macchina a fianco a Silvana.
Lei lo aggredì:

“Senti Edoardo, sentimi bene. Io sono stufa di tenerti sempre appiccicato!
Sono stufa di questa oppressione.
Sono stufa di ricevere decine di tue telefonate al giorno:
-          Silvana, che stai facendo? Stai lavorando con Roberta? Sei a pranzo? Quando passi a prendermi stasera?-
Ma quando fai tardi tu, ti ho mai chiamato?
Ti ho mai chiesto qualcosa?
Quante volte ti chiamo in un giorno?
E quante volte mi chiami tu?
Certe volte vorrei scappare lontano da sola. Sola!
E basta controllarmi perfino su come educo le ragazze. Io sono un’ottima madre capito?
Capito?”

Edoardo rimase annichilito dalla scenata di Silvana. Lui soffriva moltissimo le sue collere, per fortuna molto rare. Ci stava male, molto male.
Aveva una devozione infinita per la sua donna.
Per Silvana.

“ Perdonami  Silvana. Credimi, non volevo controllarti, lo sai. Ero solo preoccupato del tuo ritardo. Scusami, ti prego.”

Silvana restò in silenzio concentrata a guidare.
Non scambiarono più una parola fino a casa.
Parcheggiarono.
Salirono in ascensore.
Silvana aprì la porta.
Le ragazze erano all’università, si sarebbero ritirate non prima delle otto.

Con un impeto improvviso abbracciò Edoardo e lo baciò, lo baciò con ferocia stringendolo fino a togliergli il fiato.
Lo trascinò per mano in camera da letto.
Lo spogliò.
Si spogliò.
Lo spinse sul letto e pretese l’amore.
Lo pretese violento e ricambiò con violenza, con un energia da farsi male.
Da fare male.
In quel momento era quello che desiderava  da morire.
Per non pensare.

Rimasero spossati. Stesi a letto, sul fianco.
Lei gli dava le spalle.
Lui era stretto a lei da dietro.
Le teneva le mani sui fianchi, le toccava i seni.
Lei sentiva altre mani. Altre dita, morbide come il velluto.
Altre labbra.
Gli occhi le si bagnarono di lacrime.
Edoardo percepì qualcosa.

“Che c’è Silvana?”
“E’ l’emozione. E’ stato bello, Edoardo. E’ stata una bella giornata.
Ho avuto in dono momenti che non dimenticherò mai.
Ora però è meglio che ci alziamo. Stanno per arrivare le ragazze.”

Edoardo non osò parlare.

La legava a Edoardo un affetto infinito. Senza di lui la vita non aveva senso. Senza di lui si sentiva di morire.
Ma quando Giorgio non dava segni di sé, perché all’estero o perché impegnato con il lavoro, lei si sentiva mancare il terreno da sotto i piedi.
Senza Edoardo non poteva vivere, ma senza Giorgio era perduta.

Giorgio intanto era tornato al Thalassa.
Passò la notte lì.

Il mattino dopo fece colazione sulla terrazza guardando il mare.
Il tempo era cambiato. Il cielo si era fatto grigio.
E grigia era la superficie del mare.
Rimase a lungo seduto a pensare. Gli occhi fissi sull’orizzonte.

Verso le due, ripartì in macchina per rientrare a Torino.

Suonò il telefono.
Il cellulare.
Vibrò e suonò.
Silvana era nel suo ufficio, come sempre a quell’ora.
Aprì il cassetto.
Prese il telefonino.
Pigiò il pulsantino verde.

“Ciao, sono in macchina. Sto tornando a Torino.Ti disturbo?”
“Tu non mi disturbi mai”.
“Ti va di parlare? Mi fai compagnia per un po’?”
“Certo. Aspetta, chiudo la porta.”


mercoledì 22 febbraio 2012

Una voce che ride nella neve

Montpellier

Quattro 

Lei gli poggiò la testa sulla spalla.
E lo baciò sul collo.
Fece l’ultimo tiro.
Poi girò il capo.
Soffiò il fumo fuori.
E guardò verso il mare. Increspato di spuma. Blu profondo, coi riflessi d’argento.

Parcheggiarono.
Conoscevano bene il Thalassa, sia Silvana che Giorgio.
Silvana c’era stata molti anni prima in vacanza con Edoardo e le bambine, quando ancora vivevano in Italia.
Ricordò i pomeriggi  a leggere i suoi libri di storia mentre  le piccole nuotavano vocianti in piscina.
Giorgio c’era stato di passaggio una notte d’estate.
Avevano fatto tappa Lui e Mara durante un viaggio verso i Pirenei.

Pranzarono in terrazza godendosi il sole e i colori del mare.
Giorgio guardò per tutto il tempo gli occhi di Silvana.

“Devo immergermi completamente nel  colore dei tuoi occhi. Di nuovo non ti vedrò per molto tempo.
Voglio lasciarmi ipnotizzare, in modo che mi restino fissi nella memoria, e nei miei pensieri, almeno in quelli, io riesca sempre a vederli.
Non voglio più che nella mente mia ne svanisca l’immagine come un sogno al risveglio.”

Silvana, tenendogli la mano,  gli raccontò delle angustie del lavoro. Della sua solitudine, pur con Edoardo che l’amava immensamente e con le adorate figlie.
Del bisogno di lui, di Giorgio, che a volte diventava malattia.
Di lui che non c’era.
Del tempo che era passato.
Del tempo che passava.
Di un momento che non era stato sincrono tra loro, ormai troppi anni fa.
Di una dimensione di vita che avrebbe potuto essere e che non era stata.

“Con te sto bene, Giorgio. E se dura da tanti anni, è bello e basta.”

Salirono all’appartamento di Giorgio.
La camera da letto si apriva su un grande terrazzo che affacciava sul mare.
Il sole cominciava a calare. Il cielo era lavanda, sempre più profondo.

Fecero l’amore, con tenerezza, come si aspettava da Giorgio.
Silvana si abbandonò alle sue carezze e ai suoi baci, come a una sonata romantica per pianoforte solo.
Sentiva le dita, le labbra di Giorgio, adorare ogni millimetro della sua pelle.
E in un crescendo, prima lieve, poi sempre più incalzante, infine, lei prese il sopravvento.
E la sonata diventò una sinfonia.

Il sole, prima arancione, era sempre più rosso sull’orizzonte.

Restarono abbracciati.
La mano di lui sul seno di lei.
I baci di lei sul volto di lui.

Fecero la doccia insieme, come piaceva a Giorgio.
Stettero sulle sdraio in accappatoio, incuranti del freddo, a guardare il tramonto.

Alle cinque ripartirono.
In macchina Silvana riaccese il cellulare.
C’erano sei telefonate: due di Roberta, quattro di Edoardo.
L’ultima pochi minuti prima.

“Edoardo mi avrà cercata. Avrà chiamato Roberta per chiedere dove mi fossi cacciata.
Non ci sono chiamate dalle mie figlie.
E’ meglio spegnerlo di nuovo.
E’ più prudente”

Lungo la strada che li riportava a Montpellier il tramonto divenne crepuscolo, il colore lavanda del cielo si fece blu sempre più scuro. poi viola con striature rosso cupo, poi blu scurissimo.
Sull’orizzonte una fascia verde chiaro. 
Infine rimase  solo una pallida striscia di luce fluorescente lontana, tra l’orizzonte e il mare e il cielo nero.
Il crepuscolo era diventato sera.

Parcheggiarono non lontano dall’ufficio di Silvana.
Giorgio aveva il viso tirato.
Era arrivato.
Era arrivato il momento.

Silvana intuì il suo pensiero.

“E’ sempre così, Giorgio. Ché t’intristisci a fare? Sono anni che va così.”
“Silvana. Un minuto, anzi no,. un attimo, appena un attimo dopo che ti ho lasciata sto già male e sento subito un bisogno struggente di rivederti.
E’ vero, è sempre così.
Ma è sempre così.
E io sto male.”
“Non dire altro. Non dire più niente. Baciami, tesoro mio. Devo andare.”

Uscì.
Giorgio la guardava, immobile.

“Ciao caro.”

Furono le ultime parole che le sentì sussurrare.
Poi lei scomparve dietro l’angolo della strada.