sabato 20 ottobre 2012

Ritratti ad acquerello

3. La spacciatrice di pane


Uno dei momenti più piacevoli della giornata, quando sono in Francia, soprattutto d’estate, è andare a comprare la baguette o la michette da quella che chiamo la mia spacciatrice di pane.
E’ una vecchia bottega di panetteria artigianale, a circa 300 metri da casa mia.
Certe mattine, poco prima delle undici, scendo di casa, esco dal portone sulla strada assolata, mi porto dal lato in ombra, e cammino a passo lento, godendomi l’aria sempre un po’ fresca, per il tiraggio che fanno queste lunghe traverse che degradano molto lentamente fino al mare.
Sapere che sto andando a prendere il pane mi mette subito di buon umore.
Il bello della vita qui è godere le piccole cose, in un edonismo minimalista che sembrerebbe contraddire la fama snob di questi luoghi.
Se il cielo è un po’ coperto, l’atmosfera è ancora più gradevole.
Raggiungo il primo incrocio, guardo la lavagna del bistrot di fronte, sulla quale è scritto il piatto del giorno.
La leggo con attenzione e curiosità, anche se non ho in programma di pranzare là, commento tra me e me la proposta, un auspicio per la giornata, attraverso la strada e continuo a camminare.
Passo davanti al negozio di fiori e al negozio di strumenti musicali, guardo in un'altra traversa in fondo alla quale è un piccolo supermarket, una superette, come dicono qui, pensando se mi serve qualcos’altro.
Poi vedo la bottega, di vecchio panettiere, con le sue boiserie rosso ciliegio, fuori il banchetto con “Nice matin”, e il profumo del pane appena sfornato.
La panettiera, la mia spacciatrice di pane, è una donna sui quarant’anni, dall’aria di scoppiatona di una volta, a metà tra Zola e Kerouac. Il viso non è bello, ma ha un che di piacevole, con quel suo aspetto drogato, precocemente invecchiato.
Mi piace immaginarla giovane hippy, strafatta di qualunque cosa, che a una certa età col suo compagno ha rilevato la panetteria.
Dentro la bottega, alle spalle del banco, i ripiani di legno sui quali è il pane: pane di campagna, bianco e nero, in pagnotte piccole e grandi, pane ai cereali, ma, soprattutto, baguettes e il loro capolavoro, le michettes.
Ma le michettes sono sfornate solo alle undici e solo pochi pezzi, per cui se si arriva troppo presto c’è da aspettare, se si arriva magari già solo alle undici e dieci, non se ne trovano più.
Per questo vado verso le undici, e qualche volta aspetto.
Il forno è a vista, dietro al banco. Il fornaio è il compagno della panettiera, anche lui sui quaranta, tatuatissimo, con i capelli lunghi, gli occhi da drogato perso, gentilissimo e simpatico.
Non c’è bisogno di chiedere, la signora mi porge, se c’è, la michette, altrimenti mi fa uno sguardo complice di comprensione e mi porge una baguette.
Caldissima di forno.
Pago.
Saluto.
E piano, molto piano, a passi lentissimi, ritorno a casa.

Nizza, Agosto 2010.

mercoledì 17 ottobre 2012

Ritratti ad acquerello


2. La signora di Borgomanero

Era bruna, occhi neri, capelli lunghi raccolti a coda. Vestiva un jeans, un maglioncino e, sopra, un giubbotto.
La prima cosa che ho notato è che aveva un piercing all’orecchio destro, un anellino con una pallina metallica.
Nonostante l’aspetto e l’abbigliamento giovanile era una signora di più di 35 anni.
Non emanava fascino, non nel senso più comune del termine almeno, ma m’incuriosiva molto e non era per niente brutta, anzi, tuttaltro, era a suo modo attraente, ma solo per chi poteva davvero percepirlo.
L’imbarco sul volo da New York per Milano era stato puntualissimo. Un po’ di ressa per overbooking, ma niente di grave, alla fine tutti avevano trovato posto.
Lei mi era seduta a fianco.
Al principio non mi ero reso conto che fosse italiana.
Non aveva detto una parola e io per discrezione le avevo rivolto solo uno sguardo di saluto a cui aveva risposto con i suoi grandi occhi neri.
Durante il decollo era raccolta, con la testa bassa e lo sguardo fisso sulle sue mani poggiate sulle ginocchia.
Ho avuto l’impressione che avesse paura di volare, ma non percepivo in lei tensione, piuttosto concentrazione pensierosa, volere stare sola con se stessa.
Per due ore ogni tanto la guardavo. Ferma con le mani raccolte e lo sguardo fisso su di esse.
Poi le sono caduti gli occhiali da sole che teneva poggiati sul sedile.
Li ho raccolti.
Glieli ho porti.
E allora il suo “grazie” mi ha rivelato che era italiana.
Aveva  una voce dolce un po’ acuta, che trasmetteva un immediato senso di tenerezza.
Una voce e un tono, però, che non davano spazio ad approcci di conversazione.
Intendiamoci, non era freddezza, anzi, tutt’altro, non era scostante, non so, ma ho sentito subito un senso di rispetto.
E io che sono sì freddo e scostante, ho colto subito la confidenza di quel segnale.
Dopo un’altra ora, mentre guardavo il film, ho sentito di nuovo la sua voce:

“ Mi scusi, può aiutarmi? Non mi funziona la cuffia”.

Le ho sorriso, ho guardato le sue cuffiette. Avevano entrambi gli auricolari rotti.

“Uff, ora devo aspettare che passi la hostess o chiamarla…”

Ne avevo un paio in più, non so perché.
Le ho offerto le mie.
Mi ha sorriso a sua volta, soprattutto con gli occhi.
Sono passate altre ore.
Ogni tanto mi giravo dalla sua parte, la vedevo dormire, sempre col suo giubbotto jeans addosso.
L’ho vista alzarsi per sgranchire le gambe, e tornare a sedersi.
Poi finalmente il linguaggio degli sguardi ha fatto trasparire un minimo spiraglio a comunicare, a parlare.
Mi ha guardato un impercettibile attimo in più di prima, era l’invito.

“ Tutto bene?” le ho chiesto.

“Sì, tutto bene, e lei?”

Adesso aveva bisogno e voglia di parlare, e allora mi ha raccontato del suo viaggio negli USA, del suo compagno, che ci andava spesso per lavoro, ma che per questo non era potuto rientrare con lei, dei posti dove aveva soggiornato.
Ascoltavo. Finalmente rilassata, sorrideva.
Avevamo taciuto rubando solo sguardi per sette ore.
Poi mi ha rivelato di essere un chimico industriale, di lavorare in Brianza.
Le ho detto che sono ingegnere e che anch’io ho lavorato nell’industria chimica per anni.
Si è sciolta completamente. Abbiamo continuato a chiacchierare di tutto, delle nostre vite e delle esperienze di lavoro, per molti versi comuni.
“Lavoro in Brianza, ma sono di Borgomanero”.
Borgomanero, un paese cui sono molto affezionato, che mi ricorda i primi tempi al nord, meno che trentenne, quando ci passavo nei fine settimana andando al Lago d’Orta.

“Io ho un ufficio a Novara”.

Ha subito sorriso, aveva trovato un altro elemento che ci accomunava in qualche modo.
Mentre parlavamo di futuro e di lavoro, l’aereo è atterrato senza  che quasi ce ne rendessimo conto.
Abbiamo raccolto le borse.
L’ho aiutata a tirare giù i bagagli.

“In bocca al lupo” le ho detto, “forse allora le nostre strade s’incroceranno…”

“ Lo spero veramente”…

”buona fortuna”.

La coda per il controllo passaporti era particolarmente lunga e lenta.
Ho sentito alle mie spalle una voce:

“Buona fortuna ancora e…a presto…”

Mi sono voltato, ho visto i suoi occhi fissarmi e un ultimo sorriso.
Poi la coda ha cominciato a muoversi sempre più veloce.

lunedì 15 ottobre 2012

Ritratti ad acquerello


1. Anna del Portnoy 

Era ottobre, a quei tempi tornavo dal lavoro con la metropolitana verde, scendevo a Sant’Ambrogio e prendevo la 96, allora era questo il numero della linea di autobus che percorreva la circonvallazione interna di Milano, oggi è la 94.
Due fermate fino all’incrocio tra via De Amicis, Via Molino delle Armi e Colonne di San Lorenzo, Corso di Porta Ticinese, dove abitavo in una vecchia palazzina.
E proprio all’angolo tra via De Amicis e Corso di Porta Ticinese c’era e c’è tuttora un caffè, il Portnoy.
Tutte le sere, in quell’autunno dolce dell’89 posavo la mia borsa a casa e con la mia compagna andavo a prendere lì l’aperitivo.
Era un caffè letterario, l’atmosfera era molto calda e piacevole, quasi come nell’oleografia della Milano anni ’60, tra tavoli di legno di ciliegio e il lungo banco con gli stuzzichini, sgabelli alti rivolti verso la vetrina che dava su Corso di Porta Ticinese e, al piano di sopra, una bella sala, con tavolini e sedie, sempre di ciliegio, che aveva alle pareti antichi manifesti d’iniziative letterarie e culturali.
Era bella Anna.
Dietro al banco del bar sorrideva ai clienti.
Era alta e la pedana la faceva ancora più alta.
Le forme generose e i capelli, tra il biondo e il castano chiaro, gli occhi, castani anch’essi, avevano la bellezza tipica delle ragazze napoletane.
Perché Anna era napoletana.
Era un appuntamento fisso, verso le sette e mezza.
Sedevamo sugli sgabelli al banco e chiacchieravamo a lungo con lei, che, in tallieur nero, gilet e camicetta bianca, ci chiedeva cosa desiderassimo bere, preparava le bevande con gesti sicuri ed eleganti, agitava il mixer come se quello della bar woman fosse da sempre il suo mestiere.
Ci parlava di lei. Le raccontavamo di noi.
Era laureata in lettere Anna, aveva frequentato il liceo classico, l’Umberto, amava la letteratura. Aspettava l’esito del concorso a cattedre alle scuole superiori e intanto era venuta a Milano. A lavorare al bar.
Al Portnoy.
Noi eravamo tornati da Roma da meno di un anno e tra poco più di un mese avremmo lasciato l’appartamento al Ticinese per traslocare definitivamente nella nostra casa di Porta Genova.
Erano mesi difficili e di avventura, la terza tappa del viaggio della mia vita era ripartita da Milano in un gelido gennaio, con la febbre a quaranta.
Dopo un inverno freddo e duro da tutti i punti di vista, per il corpo e per l’anima, avevamo avuto una primavera dolce e dai colori pastello, tra il celeste del cielo, il verde dei boschi del Parco del Ticino, la quiete dei laghi al sabato e alla domenica.
Il mese di maggio ci aveva regalato il trasloco provvisorio da Corso Italia a Porta Ticinese. E in quel quartiere mi trovai subito a mio agio, come se ci fossi vissuto da sempre: i suoi negozi ancora piccoli e familiari allora, le sue botteghe, i suoi caffè, le sue osterie erano un mondo lontano dai Banchi Nuovi a Napoli, dove ero nato e cresciuto, eppure mi sentivo benvenuto e accolto con calore. Insomma, ci stavo proprio bene. Perfino l’unico ristorante cinese non guastava l’atmosfera tutta milanese, esattamente come uno la immagina.
E così prendemmo l’abitudine la sera, al ritorno dal lavoro, di andare al Portnoy. E con Anna, non solo perché napoletani, ci fu subito un idem sentire, si parlava di letteratura, di filosofia, dell’attualità del Paese e di Milano. Si parlava poco o niente di Napoli. Come se un pudore particolare ce lo impedisse.
A novembre traslocammo a Porta Genova.
A gennaio Anna tornò a Napoli.
Anni dopo siamo tornati al Portnoy, che intanto era diventato uno dei caffè più famosi di Milano.
Era gestito da un ragazzo indiano.
Si mangiavano ottimi panini.
Si beveva un’eccellente birra.
Mancava Anna.

Milano, 15 ottobre 2012.


sabato 6 ottobre 2012

Una giornata di primavera


Era una bellissima domenica di maggio.
Eravamo a Napoli, ai “Cavalli di bronzo”, davanti al Maschio angioino.
C’era quell’aria di primavera e quei colori che non ho mai più ritrovato in nessun’altra parte del mondo.
Colori pastello illuminavano l’aria.
Di solito a Napoli i colori, nelle giornate di sole, sono molto intensi, con forti contrasti su un tono di fondo tendente all’arancione, per via del tufo. Ma quel giorno era diverso. Era primavera inoltrata. Da poco eravamo reduci dai guasti fisici e sociali del terremoto, e io e la mia famiglia ne eravamo stati colpiti duramente.
Era il 1981.
Mi ero laureato in ingegneria con 110 e lode da pochi mesi. E da pochi giorni avevo superato, con il massimo dei voti, l’esame di stato per l’abilitazione alla professione.
Mi sentivo l’uomo più potente del mondo.
A dispetto del terremoto.
A dispetto della mia povertà.
A dispetto delle sicure difficoltà che avrei trovato nel cercare lavoro.
Ma a questo avrei pensato da lunedì. Quella mattina io e la mia compagna andavamo a Sorrento per passare una giornata felice. 

venerdì 28 settembre 2012

Autodistruzione



Sparare per gioco
A colpi di fucile
Uccidere animali
In un acquitrino.

Era luglio faceva un caldo secco, piacevole. O almeno, a me piaceva la carezza dell’aria calda sulla pelle e il profumo della terra, dell’erba, degli arbusti cotti dal sole.
Campi di patate, ruscelli, lagni come li chiamavano, e acquitrini.
Il  basso nolano.
Fermammo le biciclette sul bordo della stradina polverosa che avevamo percorso dal paese per attraversare la campagna. Avevamo portato i fucili da tiro. Dei tre io ero quello che aveva la mira migliore.
E. e B. tenevano i fucili in spalla, la canna puntata a terra, io preferivo tenerlo imbracciato.
Soffiava un vento caldo che però non faceva sudare. Si stava bene.
Ci  inoltrammo nell’acquitrino. Indossavamo stivali da caccia. I nostri piedi affondavano nell’acqua fangosa. Nell’aria farfalle e libellule sembravano scintille bianche e colorate.
B. fu il primo a sparare, mancò un rospo che, intuito il pericolo, si era tuffato come un lampo.
Io mirai a una salamandra.
Ferma al sole.
Su una pietra.
A dieci metri da me.
Immobile godevo il calore del sole che permeava tutto il mio corpo.
Silenzio.
Solo cicale e fruscio di vento.
Una farfalla era posata su un papavero.
Le sue ali vibravano.
E. e B. si erano allontanati.
Presi la mira.
Lentamente.
Calcolai la parallasse. La deviazione del rinculo. Il tremito del braccio per lo sforzo del dito che avrebbe premuto il grilletto.
Sparai.
La feci secca. Spaccata in due.
E. e B. sentito lo sparo tornarono verso di me. Ridevano.
Io mi godevo il sole e l’odore di umido dell’acquitrino.
In fondo a un sentiero c’era una costruzione. Un capanno in muratura.
Mi avviai.
Vidi E. e B. indugiare. Non volevano seguirmi.
“Beh, allora? Venite o no?  Staremo un po’ al fresco lì dentro.”
Si avvicinarono strani, loro conoscevano quei luoghi. Io venivo dalla città.
Mi rivelarono che una diceria popolare voleva che in quel capanno fosse morto un uomo, il cui cadavere però non era mai stato ritrovato.
Per la verità nessuna sapeva neppure se era veramente esistito.
Non ci fu niente da fare. Non vollero seguirmi.
Intanto il sole tramontava.
Il cielo, sereno e limpido, da arancione era diventato rosso e volgeva verso il viola.
E. e B. presero le biciclette e tornarono in paese.
Io, lentamente, mi avviai verso il capanno.
Lo raggiunsi.
Aprii la porta grigia di legno secco e durissimo.
Entrai.

(Milano, settembre 2012)

domenica 22 luglio 2012

Pensieri e sogni di un aedo


Non so dipingere e non so comporre
né so suonare. So soltanto scrivere
Questo so fare, scrivere e studiare.

Vorrei che i miei pensieri di stanotte
Andassero a posarsi su una tela
a combinarsi, leggendomi nell’anima,
in un dipinto che ne esalti la grazia.

Ed i miei sogni tutti componessero
La partitura  di un brano sublime.

(Milano, 1 gennaio 2011)


lunedì 16 luglio 2012

Lost (di Floriana Tursi)



Si perdono le chiavi di casa, l'amore, i treni, le persone, i soldi, le strade e alla fine persino i denti.
Si perde credito, colpi, fiducia, entusiasmo, reputazione e fama.

Si lasciano indietro bellezza, vigore e purezza.

Lo scatto, la fame e il sorriso forte della giovinezza, si stemperano.


È una magia questa, che ci nasconde beni e ricordi, e che li trasforma, che mischia le carte, trova nascondigli e tane per le nostre cose.



È una favola strana, somiglia a quella di Pollicino, le nostre cose diventano tracce, impronte di noi.


Non dico che non sia un gioco duro, colpisce a mano aperta, lascia il segno, fa male; certe volte offusca la vista, saranno gli occhi pieni di lacrime?


Ma dio sa anche che siamo rimasti bambini, alla fine ci restituisce tutto, persino le chiavi di casa, sparite sotto un cuscino del divano. E il puzzle si ricompone in figure diverse e i colori si accendono di toni nuovi, la nebbia si dirada, l'orizzonte si allarga, comprende il tutto.

Floriana Tursi.